Cultura sartoriale

Bespoke e su misura: una distinzione necessaria

Due espressioni spesso usate come sinonimi descrivono, in realtà, due modi profondamente diversi di creare un abito.

Nel linguaggio comune, «su misura» è diventata un’espressione elastica. Si usa per un abito costruito da zero come per un capo industriale corretto di qualche centimetro. Eppure la differenza tra questi due mondi non è una sfumatura: è una questione di metodo e, soprattutto, di rapporto con la persona.

Che cosa significa bespoke

Il termine nasce nella sartoria inglese: un tessuto era bespoken, «impegnato», per un cliente preciso. Da allora indica un capo che non esiste prima dell’incontro con chi lo indosserà. Non c’è un modello di partenza da adattare: c’è un cartamodello disegnato ex novo, a partire dalle misure, dalla postura, dalle proporzioni e dalle abitudini di una sola persona.

E il made-to-measure?

Il made-to-measure parte invece da un modello esistente, che viene modificato entro parametri prestabiliti: si allunga una manica, si stringe un punto vita, si sceglie un revers da un catalogo. La lavorazione è in larga parte industriale. Il risultato può essere corretto, ma resta una variazione su un tema già scritto.

Le prove: il capo che si avvicina alla persona

Nel bespoke il capo si costruisce per fasi. Le prove sartoriali, generalmente tre, permettono di verificare sul corpo ciò che sulla carta è ancora un’ipotesi: l’equilibrio delle spalle, la caduta di una linea, il modo in cui il tessuto accompagna il movimento. A ogni prova l’abito si avvicina a chi lo indosserà.

Un cartamodello che resta

Al termine, il cartamodello non viene gettato. Resta custodito: memoria di una forma che appartiene a una sola persona e punto di partenza per ogni creazione futura.

In Maison Bourelly realizziamo esclusivamente capi bespoke. Non per principio, ma perché crediamo che un abito debba nascere da chi lo indossa, e non il contrario.